PROLOGO
4 in the morning – Gwen Stefani
Seduta sul bordo dell’infinito.
Così passava le serate e le nottate , Erìka.
Loro tutti vivevano in una casa, una casa sull’infinito la chiamava lei, lei che di strano aveva anche il nome, quel nome che tutti sbagliano…
“Erika?”
“no…Erìka…sa è spagnolo, l’accento va sulla i!”
Furono queste le prime parole che si scambiarono, Erìka e Gabriel, un errore, il solito errore, il solito accento sbagliato.
Non lo avrebbe sbagliato mai più, Gabriel, ma insieme avrebbero commesso errori più gravi che sbagliare un accento , avrebbero violato regole ben più importanti del saper pronunciare un nome.
“sono le quattro del mattino…beh è presto per una come me, accendo un’altra sigaretta e scrivo ancora qualche riga, i ragazzi dormono ed io sono ispirata da questa afa soffocante e dalla luna piena che si specchia sul mare.”
Lei..Erìka, aveva imparato da piccola , leggendo il dylan dog, che esistono opere che rimangono incompiute, come il galeone di dylan, bellissimo, ma a pezzi.
Annoverava diverse opere in questo stato di assurdo limbo, iniziate , non complete, con la voglia di completarle, con la consapevolezza che non lo avrebbe mai fatto.
Tra queste nomi noti come la famiglia e l’amore.
Nonostante la ricerca continua aveva deciso di non volerli trovare e di volerli troncare a metà, lo aveva detto alla sua luna e lei aveva annuito senza poter contraddire la volontà di una donna quasi trentenne ormai disillusa.
Era fuggita da un altare con un vestito bianco lasciando tutti di stucco come accade solo nelle soap, di quegli avvenimenti che pensi che non potranno mai riguardare te.
La riguardavano eccome, Erìka.
Tutti quegli argomenti imprevedibili , impossibili , che nessuno pensa neanche lontanamente a far propri, le appartenevano come il suo dna.
Viveva questa appartenenza come una condanna fino a quando non imparò a conviverci e non si convinse che era un po’ un tratto della sua personalità, del suo passaggio sulla terra.
Ma quel libro, quel libro lei voleva con tutte le sue forze terminarlo, anche se non aveva nessun titolo e forse lo avrebbe voluto davvero così “senza titolo”.
Voleva poter dire che nella vita incompiuta di una figlia della luna esisteva qualcosa di maledettamente completo e forte: il suo libro, la sua creatura.
Ci sono donne che stringono tra le braccia un piccolo, un cucciolo d’uomo, un cucciolo di cocker con le orecchie lunghe, donne che vogliono una pianta, donne che vogliono un uomo a cui poter dare attenzioni di mamma.
Lei no
Lei voleva stringere tra le mani quel malloppo di fogli nero su bianco.
E sentir crescere la storia dentro di lei come un piccolo feto che cresce fino a quando diventa troppo grande e deve venir fuori a vedere la luce del mondo , a respirare aria , a sentire raggi di sole sulla pelle.
Il suo libro era il suo bambino e lo portava in grembo da troppo tempo.
“è ora di nascere!”
Quando lo ripeteva, circa ogni notte, si sfiorava la pancia, sentiva scalciare le idee.
Così la notte, mentre i suoi amici di quella casa dove aveva speso i suoi anni più belli dormivano o amavano qualcuno o sognavano di amare, lei stava lì, imperterrita , nella terrazza che da sul golfo con il suo mac nero, le sue sigarette lunghe e la musica nelle cuffie.
Una camicia da notte sottile, una birra ghiacciata.
Osservava la luna.
Scriveva e ancora.
Spesso scriveva delle mail, da lì l’idea di parlare di loro.
Di loro che vivono insieme ma parlano via mail come se tutto fosse normale, quando di normale non vi era nulla, vi assicuro nulla.
Erìka stava per compiere trent’anni, aveva promesso a se stessa che lo avrebbe finito per quella data.
Lo aveva giurato a Gabriel, e giurarlo a lui era ancora di più che giurarlo a se stessa.
“sei ancora qui?”
“Beh si mi vedi no?cosa sono un ologramma di me stessa?direi proprio che sono qui…”
“sono ucito con una stasera”
“mmm”
“smettila di essere gelosa..siamo amici o no?”
“grrrr”
“ok..ok..ho capito vado da Viola che è meglio..”
“ecco bravo ..vai professorino vai..io ho da lavorare!”
Gabriel, in qualità di professore di lettere all’università e dopo aver scritto diversi saggi su questo e quello, era solito arrogarsi diritto di critica.
Diritto che nessuno, davvero nessuno, gli aveva mai riconosciuto.
Ma sulla vita di Erìka era come se avesse messo un cartello di proprietà privata.
La sentiva sorella, la sentiva amica ma più di ogni altra cosa la sentiva “sua”.
Desiderava ardentemente vederla felice, ma ancora di più desiderava forse poter dire che lei, lei, quella con il nome strano, era una sua scoperta.
Che lei, senza di lui, non avrebbe mai scritto.
“Vanità”
le ripeteva Erìka
“no..affetto”
Rispondeva lui.
E fu l’inizio..o la fine…