Ben harper – with my own two hands
Seduto sul bordo dell’infinito in un pomeriggio di maggio travestito da agosto per il caldo che fa e assorto nei suoi pensieri.
“questo è l’infinito di Erìka!!!”
Guardava fuori dal vetro, guardava la terrazza, la poltrona.
Guardava il regno di Erìka e della sua notte, della sua vera , unica e sola compagna.
Erìka come sempre era salita su un aereo, aveva staccato uno di quei biglietti ryan air da due soldi ed era andata a cercare se stessa in un non precisato posto del Portogallo.
“un vizio”
Lo definiva lei.
Il vizio consisteva in una fuga causata da una sorta di orticaria gigante che la colpiva quando la vita non girava per il verso giusto , o quanto meno per quel verso che lei riteneva giusto, orticaria gigante che le provocava una fortissima intolleranza verso la gente, verso la quotidianità, verso le facce di Gabriel e Viola e anche verso le pareti di casa.
Le pareti da manicomio.
Le pareti le sembravano di gomma e aveva l’irrefrenabile istinto di prendere la rincorsa e sbatterci la testa fino ad aprirla in due parti uguali e vedere cosa c’era dentro ed eventualmente , una volta corretto ciò che non andava, richiuderla.
Il vizio era la fuga, ed era una fuga mossa dalla convinzione che al ritorno sarebbe cambiato tutto pur sapendo che sarebbe rimasto tutto uguale.
La speranza del cambiamento, di trovare tutto diverso, era il vizio….aveva il vizio di sperare Erìka, non smetteva mai, era come una malattia.
Era malata di speranza, e la malattia le aveva preso quasi tutti gli organi vitali: il cervello, i polmoni pieni di nicotina e il cuore.
“Io amo le donne….”
Questo pensava Gabriel mentre esplorava il mondo di Erìka e lo conosceva benissimo quel mondo, ci viveva dentro ,lo amava e lo odiava, lo affascinava e gli faceva prendere distanze infinite, lo aveva dentro le tasche, sulla pelle, nelle orecchie , nelle vene, ci si copriva la notte.
Aprì la finestra per sedersi su quella poltrona, la poltrona su cui Erìka scriveva la notte sotto la luna, il tavolo di vetro aveva ancora dei segni, il segno del computer che mancava, il segno della bottiglia di heineken ghiacciata e un posacenere che traboccava di cicche di marlboro morbide.
Migliaia di post it colorati sulla parete di fronte vicino al rampicante.
Il filo del telefono attorcigliato lì per terra, post it anche sulla cornetta.
“disordinata cronica!!” esclamò.
Era lì , Gabriel, e si immergeva nel mondo di Erìka quel giorno, senza aver tirato forte il respiro prima, senza bombole, senza ossigeno.
Voleva rischiare di non riuscire a tornar su.
Dalla strada si sentivano i bambini giocare a pallone, odore di soffritto e rumore di motorini.
Ma lui non sentiva nulla, in anestesia dal resto della gente , dai loro respiri, dai loro schiamazzi, lui non sentiva nulla.
Il mondo di Erìka era lì, così vicino e così lontano da lui.
Prima di partire lei aveva scritto il solito post it sulla porta della camera di Gabriel: “Faraway so close…a presto …forse!!!Erìka.”
Il sole stava per immergersi in quel golfo brillante, il mare era piatto, sembrava olio, il cielo aveva colori rossastri e violacei e il sole era diventato una enorme palla infuocata e scompariva piano piano , si immergeva anche lui, lasciando posto al mondo della notte, Gabriel seduto su quella poltrona che non osava mai violare quando Erìka era in casa, poggiò i piedi scalzi sulla ringhiera della terrazza e si perse nei suoi pensieri.
Era solo in casa….il tempo sembrava non voler passare….e l’anestesia stava per diventare integrale.
“io amo le donne, e non è una semplice osservazione su me stesso, fatta da me medesimo, me stesso, io, Gabriel, in qualità oggi di mio confidente personale, confessore e reo confesso di aver spezzato mille e più cuori, di aver massacrato anime, di aver violato pensieri e sentimenti.
Io amo le donne e non farei mai loro del male, non strapperei mai il loro cuore dalla gabbia toracica per metterlo su di un piatto, non lo incarterei mai come un regalo da fare a me stesso e al mio ego.
Solo che forse le amo troppo, solo che forse amo troppo me stesso e la mia libertà, solo che forse i loro cuori sono troppo fragili e si rompono senza che io lo voglia.
Se le donne hanno il cuore di cartone vogliamo forse dare la colpa a me?
Eppure io amo…
Amo il sorriso di lei, lei che viene qui senza conoscermi, amica delle mie amiche di sempre, è seduta lì sul puff di casa e mi sorride e mi tende la mano per presentarsi.
Ecco vedete, io già comprendo da come mi stringe la mano che sarà mia, che faremo l’amore come i disperati come se il mondo stesse per collassare e noi lì, gli unici rimasti per salvare la specie.
Amo il sorriso imbarazzato e veloce sulla funicolare, quell’amore che si consuma lì tra le fermate e che non ha il tempo di sbocciare, quell’ammiccare malizioso che la fa arrossire, e il perdersi tra la folla arrivati a destinazione. Un amore interrotto, si , un amore interrotto dalla fermata di un mezzo, durato il tempo della salita verso il Vomero.
Amo lei, lei che fa la dura, lei che non cede e che invece vuole disperatamente amare.
Amo la conquista, amo corteggiarle e vederle sciogliere le riserve, le paure, ogni remora, la voce tremante al telefono alla prima telefonata, la risposta che non arriva, il profumo della prima sera e il vestito messo apposta per l’occasione provato mille volte allo specchio.
I capelli spettinati dal vento.
La pelle morbida.
Il primo bacio, la voglia che cresce e accompagnarla a casa senza averla soddisfatta…quella voglia.
Amo decifrare il codice di accesso di ogni donna e poi aprire ogni porta, sabotarlo per intero , riscriverlo, averlo solo io.
Amo suonare il pianoforte dei loro pensieri e conoscerne ogni nota.
La conquista… forse amo più la conquista che la donna.
Penso costantemente al loro sorriso, imbarazzato, innamorato, felice, sorpreso.
Amo lei, lei che mi scrive sms teneri e che mi vuole conquistare, lei che trema quando la sfioro, lei che arrossisce quando le sorrido, lei che mi bacia con gli occhi chiusi , lei che fa la forte e non lo è, lei che fa la dolce e non lo è.
Amo vederla godere, godere sotto di me , dentro di lei, sentire il suo corpo sudato contro il mio, vederla che si perde, che mi ama, faccio l’amore con il solo ed unico desiderio di farle toccare il cielo , di portarla a fare due passi in paradiso, non è il mio piacere che conta ma il suo, il suo piacere dipinto sul volto è la mia più grande soddisfazione.”
L’alibi o la verità di Gabriel sul fatto di amare le donne veniva così costruito passo passo in quella terrazza…era già sera e lui non aveva fame, non aveva sete, non aveva sonno ed era sempre solo, solo con i suoi fantasmi, solo per reprimere qualcosa spiegandola in mille modi diversi, solo a cercare di capire se stesso.
Era lui sotto processo adesso e non aveva elfi, fate né boccette dei desideri a difenderlo.
Era solo.
Cercava di spiegare a se stesso e al mondo che lui amava davvero e sul serio le donne, e che quella collezione di lettere, pianti sotto casa, ragazzine attaccate ad un citofono che Viola cacciava selvaggiamente erano solo donne che non avevano capito il suo amore globale per il genere.
Lui non amava le donne, le femmine, lui non amava una donna..le amava tutte.
La sua era una missione, era un figlio dei fiori moderno.
Ma voleva innamorarsi, lo desiderava più di ogni cosa, feriva solo perché cercava di farlo, aveva una forte , fortissima attenuante a suo favore.
Cercava la felicità.
Poteva forse sperare di salvarsi.
“le donne non capiscono che la delusione in fondo è solo mia, quando , dopo averla amata e posseduta tutta la notte, all’alba voglio solo che vada via dal mio letto, la delusione è solo mia quando riempito il mio preservativo voglio solo che si stacchi da me e che non mi abbracci, che non si innamori di me, che non mi coccoli.
La delusione è la mia perché vorrei dormire lì, con lei, abbracciarla, vederla dormire, aspettare il suo risveglio, odorare i suoi capelli.
E invece voglio solo che se ne vada via, lontano, insieme alla scatola di durex , al tetto , alle pareti , alle lenzuola e voglio solo piangere…non sono io a far male a loro, ma loro a me…
Perché mi diventi sconosciuta così all’improvviso?perchè?”
La sera trascorse così, in terrazza, cercando di ricordare quando mai aveva fatto volontariamente del male a qualcuna di loro ma non trovò nella sua memoria nessuna situazione in cui munito di coltello a serramanico avesse sezionato il cuore di una donna come un medico legale , come una cavia da laboratorio, con freddezza e cinismo.
Nessuna.
In compenso ne trovò migliaia in cui il profumo sbagliato, una mossa non voluta , una parola detta male aveva sezionato il suo di cuore…senza pietà riempiendo il suo volto di lacrime amare dopo la fatidica frase alla lei di turno “non ti innamorare..”
Copione già scritto, già recitato, collaudato , di una soap troppe volte vissuta sulla pelle..e lacrime…come veleno…come fiele…ingoiate e assorbite da un cuscino, il suo cuscino, i suoi occhi nero brillante, riempiti di lacrime come nessuno li ha mai visti.
Gabriel era pulito, e la luna ed Erìka dovevano capirlo che non poteva certo essere accusato di crimini che non aveva neanche pensato di commettere.
Ma Erìka era lontana e il post it stava tra le sue mani adesso, staccato dalla porta, letto e riletto , la colla si attaccava alle mani con quel caldo, l’inchistro colorato si era quasi sciolto, e la frase assumeva contorni ormai sfumati, la frase, quella frase, gli girava vorticosamente in testa come una canzone “faraway so close”.
Si alzò, prese una bottiglia di whisky, riempì il primo bicchiere, lo buttò giù intero e un calore gli salì dal cuore, fino alla testa, bruciava dentro e la sola cosa che voleva era chiudere tutte le porte dei pensieri e smetterla.
Leggere le tesi dei suoi allievi e lavorare.
Ma c’era la luna ormai , la palla rosso fuoco si era sciolta nell’olio blu ed era arrivata lei , la luna, bianca splendente, imponente, lei…e lo guardava…e lui guardava lei….erano sotto lo stesso cielo in fondo, anche se lei stava chissà dove in Portogallo e lui lì nella loro terrazza , erano sotto lo stesso cielo e la stessa luna li stava guardando.
Secondo bicchiere.
Terzo bicchiere.
Faraway so close….
“Erìka tu sei come una mia ex lo sai..come la classica ex storica…sei una persona importante…come quelle a cui rimani affezionato perché vi siete dati tanto ….”
“io non sono una ex… io sono stata solo una “x” fino adesso, una grossa enorme incognita senza senso nell’equazione senza soluzione della tua vita e adesso non sono più neanche quello…”
“perché??”
“perché io sono il tuo niente, io non sono il tuo ieri, non sarò mai il tuo domani e non sono neanche il tuo presente…sono il tuo niente, forse il tuo niente preferito ma comunque niente….e per assenza esisto come il vuoto nella tua testa ….
“….”
Erìka aveva sentenziato prima di andar via, aveva trovato questa nuova forma del loro rapporto, il niente…avevano entrambi abbracciato la filosofia del “nientismo”..una forma evoluta di nichilismo del rapporto umano diceva lei.
Lui non ne era affatto convinto.
Gabriel era stato il tutto di Erìka ed ora era diventato il suo niente.
Qualcosa non tornava!!
Quarto bicchiere.
“mi manca quella folle..mi mancano i suoi discorsi fuori dal mondo e il suo essere lontana da tutto e tutti eppure così vicina…”
Per la prima volta Gabriel sentiva seriamente la mancanza di Erìka, normalmente era troppo abituato a dare per scontata la sua presenza a casa per sentirne la mancanza, normalmente lei partiva per cercare se stessa e poi tornava, come prima, con una valigia piena di idee e sogni in cui coinvolgeva sempre Gabriel e Viola.
Ma stavolta, stavolta era diverso, Gabriel sentiva che era diverso.
Per la prima volta sentì la paura che quella porta non si sarebbe mai più aperta , che il mac nero non sarebbe mai più stato in quello spazio vuoto contornato dalla polvere e dalle foglie del rampicante ..sentiva che Erìka non sarebbe tornata , non avrebbe più sentito musica rock a tutto volume e puzza di marlboro di prima mattina, immaginò se stesso che infilava la sua roba negli scatoloni per spedirla in chissà quale altra finestra sull’infinito e il dixan che tornava sulla lavatrice.
“non lo farò mai…piuttosto viene qui a dirmelo….”
Quinto bicchiere.
“dirti cosa”
Sentì la sua voce , si girò ma non c’era nessuno…
“DIRTI COSA?”
Ancora…la sua voce…con quel tono petulante di quando litigavano.
“dirmi che non sei scappata dall’altare per me, che ci vogliamo bene , che quella notte , quelle notti , sono solo un ricordo e che ci vorremo sempre bene…” gridò…ma non c’era nessuno a parte il suo bicchiere…
Quelle notti però non erano solo un ricordo, l’ultima di quelle notti risaliva a poco più di un mese ed era forse il motivo dell’ennesima fuga dalla casa sul golfo ormai prigione dorata sul golfo o manicomio sul golfo o niente sul golfo secondo le ultime teorie di Erìka.
E non era un ricordo per nessuno dei due, ma avevano troppo orgoglio per dirselo , per ammetterlo a se stessi e a Viola che ormai aveva perso le speranze di capirci qualcosa e assisteva come uno spettatore di beautiful, in attesa della prossima , forse prevedibile , nuova puntata con finale interrotto dalla televendita.
Era il sesto bicchiere di jack quando il film passò davanti gli occhi di Gabriel come un corto , veloce , in bianco e nero, con ben harper che suonava e la luna di maggio che entrava dalla stanza illuminandola e rendendola quasi irreale..surreale…
Li vide di nuovo.
Li vide seduti per terra dopo una serata in giro , vide gli occhi di lei verdi come mai li aveva visti, sentì l’odore nelle narici, il suo profumo, il suo sguardo interrogativo e le loro labbra incollate e le lingue che si cercavano.
Sentì sotto le mani la pelle bianca di lei , sentì quel brivido lungo la schiena, lo stesso di quella sera , si girò e dalla finestra aperta vide loro due sul parquet di casa in un bacio durato una notte intera.
Era maggio, il primo maggio.
Viola era partita per Londra per uno stage.
Erìka si era da poco laureata e doveva sposarsi dopo qualche mese, in settembre.
Erano soli , sorridenti , felici dopo una giornata di musica e vino rosso.
Ricordò la prima volta che aveva desiderato un figlio e vide Erìka che si accarezzava il ventre, sotto la sua camicia da notte a fiori.
Fu lì che inizio a vedere lo spagnolo.
Lo spagnolo lui non lo nominava perché in fondo lo odiava.
Il nome Sergio non uscì mai dalla bocca di Gabriel, di solito era “quello” , “il tipo” o “lo spagnolo”…
Fece un salto sulla sedia , e vedendo Erìka sorridere e lo spagnolo con quella barbetta insopportabile accarezzarle la pancia scagliò il bicchiere contro la parete , contro di loro , contro l’idea che lei potesse portare dentro di se il frutto di un amore che non esiste
“non esiste…non esiste….” Urlava…
Si alzò dalla poltrona, girava tutto, voleva il letto in quel momento, voleva parlare con Viola e dirle tutto quello che sentiva, lei con i suoi piercing e le sue mille soluzioni avrebbe tirato fuori un coniglio dal cilindro anche questa volta…ma era solo..
Voleva andare a Lisbona , voleva sentire la voce di Erìka che gli diceva “sei un cazzone!!”…fece rotolare la poltrona per terra in terrazza …entrò dentro casa fino al divano , dove crollò in un sonno pesante e profondo.
Il post it stretto tra le mani, la colla sciolta, l’inchiostro sbiadito..la scritta, la frase, la sua frase , non si leggeva più…..
Non mi stancherò mai di farti i complimenti, sarò pure noioso, ma credimi dico sempre quel che penso. Caratteri molto molto complessi, i tuoi personaggi eh? Hai comunque saputo mettere a nudo le loro personalità , e descrivere magistralmente l’ambientazione del racconto, tanto da creare, in chi ti legge, l’illusione di essere lì , partecipe in prima persona.
Brava davvero brava. Ho apprezzato e sicuramente ripasserò a leggerlo
ancora una volta, con piu’ attenzione, e magari ti lasciarti anche un salutino.
Ciao e grazie per l’ospitalità.
grazie….grazie…grazissime……